L’Abruzzo si conferma una delle regioni italiane con la più alta incidenza di laureati, soprattutto nella fascia d’età centrale della vita lavorativa. Un dato – quello fornito da Openpolis su base Istat, con il 30,8% degli abruzzesi tra i 25 e i 49 anni laureato, terzo dato nazionale – che racconta di un territorio capace di investire nella formazione, di famiglie che credono nello studio come ascensore sociale, di università che continuano a rappresentare un presidio culturale e scientifico rilevante.
Eppure, a questo primato se ne affianca un altro, ben meno virtuoso: quello della costante emorragia di giovani qualificati, costretti o spinti a cercare altrove il proprio futuro. È il paradosso abruzzese: si forma capitale umano, ma non lo si trattiene. Dopo la laurea, troppo spesso, il legame con il territorio si allenta fino a spezzarsi. La partenza diventa una scelta obbligata più che un’opportunità, una risposta razionale a un contesto che fatica a offrire prospettive adeguate.

Le cause della cosiddetta “fuga di cervelli” non sono nuove e non riguardano solo l’Abruzzo, ma nella regione assumono un peso specifico maggiore. Il mercato del lavoro resta fragile, caratterizzato da poche occasioni realmente qualificate, da contratti precari e da una difficoltà cronica nel valorizzare competenze alte. Molti laureati si trovano di fronte a un bivio: accettare lavori sottodimensionati rispetto al proprio percorso di studi oppure andare via. Nella maggior parte dei casi, la scelta cade sulla seconda opzione.
A questo si aggiunge il tema dei salari, spesso poco competitivi rispetto ad altre aree del Paese, e quello della stabilità, che arriva tardi o non arriva affatto. Anche il costo della vita, in particolare nelle aree urbane più dinamiche come Pescara e L’Aquila, pesa sulle decisioni dei giovani, soprattutto quando gli stipendi non tengono il passo con affitti e spese quotidiane.

Ma il problema è anche più profondo e strutturale. L’Abruzzo sconta l’assenza di un ecosistema solido dell’innovazione: poche startup, pochi poli tecnologici, scarse connessioni tra università e tessuto produttivo.
Chi si laurea in ambiti scientifici, tecnologici o della ricerca difficilmente trova sul territorio un contesto in cui crescere professionalmente. Il risultato è un trasferimento di competenze verso regioni e Paesi che offrono reti, investimenti e prospettive di carriera più chiare.
Le conseguenze di questo fenomeno sono evidenti e preoccupanti. Sul piano demografico, l’Abruzzo continua a invecchiare, perdendo quella fascia di popolazione più dinamica e produttiva. Sul piano economico, la carenza di capitale umano qualificato frena l’innovazione e rende il territorio meno attrattivo per nuovi investimenti. Sul piano sociale, si rafforza una percezione di immobilismo che alimenta ulteriore sfiducia nelle nuove generazioni.
Eppure, la soluzione non passa solo dalla constatazione del problema. Serve una strategia politica e amministrativa di lungo periodo, capace di mettere al centro i giovani e il lavoro qualificato. Politiche attive per l’occupazione, incentivi alle imprese che assumono laureati, sostegno concreto alle startup e alla ricerca, investimenti nei collegamenti tra università e aziende: sono questi i pilastri su cui costruire una risposta credibile.

Accanto a ciò, è necessario intervenire sul tema dell’abitare, rendendo più accessibili gli affitti e favorendo la permanenza dei giovani nei centri urbani e nelle aree interne. Senza dimenticare l’importanza di attrarre talenti anche dall’esterno, trasformando l’Abruzzo in un luogo dove non solo si studia, ma si può anche restare.
L’Abruzzo ha dimostrato di saper formare una generazione preparata e competente. Ora la vera sfida è non disperdere questo patrimonio. Perché una regione che perde i suoi giovani migliori non perde solo numeri statistici, ma una parte fondamentale del proprio futuro.
. Dennis Spinelli



