A Pescara ci sono “quelle di OnlyFans”.
Il Calippo Tour impazza sui social, i video rimbalzano da una storia all’altra, le chat si riempiono, i commenti piccanti esplodono, il pubblico giudica con disprezzo ma ne è irresistibilmente attratto.
È il fenomeno sociale del momento. È virale. È tutto ciò che, apparentemente, merita attenzione. E infatti siete qui. La notizia, però, è un’altra ed è molto più scomoda.
Il titolo come trappola (e il lettore come complice)
Nel 2016, negli Stati Uniti, un sito americano (Science Post) pubblicò un articolo dal titolo lapidario:
“Ricerca: il 70% degli utenti di Facebook legge solo il titolo di quello che condivide”.
All’interno dell’elaborato una sequenza di parole senza senso ma con un significato chiarissimo: le persone non avevano letto il contenuto, la maggioranza non arrivò mai fin lì, eppure tutti avevano reagito e interagito polemicamente sulla base di quel titolo.
Ciò che a molti sembrò una provocazione immatura, senz’altro coraggiosa, avrebbe svelato la realtà amara della società attuale: l’informazione sta cambiando e con essa muore la ragione critica.

Perché il vero tema non è OnlyFans.
È il fatto che il titolo ha vinto ancora una volta sul contenuto, sul pensiero analitico, sulla cultura collettiva costruita sul dialogo, finanche sulla professionalità degli addetti ai lavori che elevano, dallo “scantinato di una soffitta buia”, i temi e le responsabilità del giornalismo sano.
Viviamo in un ecosistema informativo in cui il titolo non introduce, non orienta, non invita alla lettura ma adesca, provoca. Non apre le danze, chiude e comprime la dialettica in un millesimo di secondo.
Non favorisce il dibattito, stimola la reazione immediata: like, commenti, indignazione e arrivederci al prossimo scoop.
La lettura è opzionale, spesso fastidiosa, dispendiosa in termini di tempo ed energie mentali.

Quando l’informazione diventa spazzatura (con il nostro consenso disinformato)
C’è una verità che il giornalismo fatica ad ammettere: l’informazione “spazzatura” non esiste senza un pubblico che la consuma volentieri, esattamente come in un fast food sempre affollato.
I contenuti superficiali prosperano perché premiati dell’algoritmo, non perché imposti dall’alto: ogni click è un segnale matematico che istruisce l’IA, è un atto di responsabilità individuale che si inserisce in un contesto fortemente pubblico. E ben pochi ne comprendono il valore intrinseco: si tratta di sopravvivenza, perché la legge dei numeri trionfa sulla qualità degli argomenti.
Guy Debord parlava di società dello spettacolo: oggi non guardiamo più lo spettacolo, lo abitiamo attraverso i nostri schermi e le nostre scelte “disinformate”. E pretendiamo che sia sempre più semplificato, in parte più rumoroso, più immediato. Smart, friendly, possibilmente leggero e “chiacchierone”; guai a rinunciare agli affari degli altri.

Così, mentre discutiamo animatamente di ragazze, “ghiaccioli” e tour virali, smettiamo di chiederci: chi decide cosa è notizia? perché certe cose funzionano sempre? che ruolo abbiamo in questo meccanismo?
Il giornalismo, va specificato, non è morale, ma è responsabile. Il giornalismo non deve fare il prete, nemmeno se fosse la “santa domenica”. Non deve pontificare dall’alto, deve inserirsi tra le maniche strette e i pantaloni larghi della società di cui ne racconta l’intima natura.
Non deve essere moralista, ma ha una mission etica imprescindibile: non smettere di credere che il lettore sia capace di pensiero critico. Soprattutto, non siamo numeri inseriti nel catasto artificiale: siamo cittadini del mondo autentico, quello grigio e a colori vividi permeato da criticità comuni quali lavoro, istruzione, sanità e servizi.
Il problema nasce quando anche chi scrive rinuncia a questa fiducia, rinuncia al patto con se stesso, adattandosi al minimo comune necessario e il problema si amplifica quando chi legge non pretende di più. Perché un’informazione sana non nasce solo da redazioni migliori o da professionisti acuti.

Nasce da lettori più esigenti.
Questo articolo non parla di OnlyFans e di giovani ragazze sulla riviera pescarese. Parla di ogni singolo lettore, di chiunque abbia optato per un scelta controcorrente: leggere.
E leggere, oggi, è un atto politico, poiché significa accettare che un titolo possa mentire per dire una verità più grande, più elaborata.
Leggere equivale a dubitare. E una società che dubita mette in crisi le sue sovrastrutture partendo dai massimi sistemi, si ripensa migliore e libera, chiede cultura e garanzie prima di gossip e “inciuci”.
Pescara non è invasa da OnlyFans.
È invasa – come ovunque, in tutto l’Abruzzo e in Italia– da un eco che confonde lo scandalo con l’informazione. Perché la differenza, alla fine, non la fa chi scrive il titolo.
La fa chi decide se fermarsi lì.
- Dennis Spinelli



