A Silvi un padre ha deciso di parlare pubblicamente dopo giorni di riflessione, scegliendo parole meditate ma durissime. Suo figlio, 17 anni e con disabilità, sarebbe stato vittima di ripetute aggressioni: pugni, calci, bastonate e, per due volte, il gesto umiliante di essere gettato in un cassonetto dell’immondizia.
Non un episodio isolato né una “ragazzata”, ma – secondo il racconto del genitore – una sequenza di violenze fisiche e psicologiche protratte nel tempo.
Offese alla famiglia, minacce, provocazioni continue. Un clima che avrebbe spinto il ragazzo a restare in silenzio, temendo di perdere quel fragile spazio di autonomia conquistato con fatica.
“Un amico non ti picchia, non ti insulta, non ti butta nell’immondizia”, scrive il padre, segnando la distanza tra l’idea di amicizia e la realtà del branco. Il termine usato è netto: bullismo. Ma in una forma che va oltre la definizione generica e richiama la dimensione penale dei fatti.

Quando la vittima è una persona con disabilità, ricorda il genitore, la gravità assume un peso ancora maggiore e l’intervento dell’autorità può avvenire anche d’ufficio. A colpire, nel racconto, è anche l’atteggiamento dei presenti.
Una piazza piena, ma sostanzialmente immobile. Un adulto che avrebbe invitato a “farsi i fatti propri”.
Altri giovani che avrebbero liquidato la scena come qualcosa di abituale. È la banalizzazione della violenza, la sua trasformazione in routine. Una persona, però, ha scelto di intervenire, richiamando i ragazzi e contattando le forze dell’ordine.
Un gesto che il padre ha voluto ringraziare pubblicamente, perché interrompere l’indifferenza è il primo passo per spezzare il meccanismo del silenzio.
Nel suo appello, il genitore denuncia una cultura dell’omertà che protegge gli aggressori e isola le vittime. La ferita più profonda, sottolinea, non è solo fisica ma psicologica: paura, vergogna, timore di essere etichettati come “infami” per aver parlato. “Infame – ribadisce – è chi compie questi atti, non chi li denuncia.”
La richiesta è chiara: più controlli, maggiore attenzione istituzionale, pene certe.
Un messaggio rivolto anche al Governo guidato da Giorgia Meloni, affinché il bullismo venga affrontato come un fenomeno strutturale e non come una parentesi adolescenziale.
“Non aspetterò la solidarietà postuma”, afferma il padre. L’obiettivo è prevenire, rompere il silenzio e spingere altri ragazzi a parlare prima che sia troppo tardi. La vicenda di Silvi non è solo un fatto di cronaca locale. È una domanda aperta sulla responsabilità collettiva, su quanto pesa l’indifferenza e su quale comunità vogliamo essere di fronte alla violenza.



