Ieri sera il Teatro Fenaroli di Lanciano ha accolto Rosaura alle dieci con un’attenzione partecipe e rara, quella che si riserva agli spettacoli che non si limitano a essere visti, ma chiedono di essere attraversati. Lo spettacolo, produzione del Teatro del Sangro, ha incontrato un pubblico caldo e concentrato, pronto ad accogliere un lavoro che porta la firma inconfondibile di Stefano Angelucci Marino e Rossella Gesini: una coppia ormai affiatata oltre la vita quotidiana, anche e soprattutto nella vita artistica, dove da anni costruisce un linguaggio scenico personale, riconoscibile, ormai consolidato e profondamente loro.
Liberamente tratto dal celebre romanzo di Marco Denevi, Rosaura alle dieci è un raffinato gioco di prospettive: un mistero narrato attraverso cinque punti di vista, tutti plausibili, tutti parziali, nessuno definitivo.
La vicenda del delitto si scompone e si ricompone nelle testimonianze degli ospiti della pensione “La Madrileña”, in un continuo slittamento tra verità, menzogna e illusione.
Lo spettatore è chiamato a raccogliere i frammenti, ma più tenta di ordinare i fatti, più i dubbi si moltiplicano. Chi è davvero Rosaura? È una domanda che resta sospesa, come un’eco, ben oltre il calare del sipario.
La messinscena colpisce per la sua apparente semplicità: un tavolo, una tovaglia di pizzo bianca, due sedie. Uno spazio essenziale, quasi domestico, che diventa però campo di battaglia della narrazione, luogo della memoria, del sospetto, del desiderio. Da questa nudità scenica nasce una tensione costante, alimentata dal ritmo preciso e dalla straordinaria capacità interpretativa dei due attori.
Il Fenaroli ha particolarmente apprezzato — e lo si è avvertito nitidamente in sala — un momento al quale Angelucci Marino e Gesini tengono in modo speciale: il ritorno di questo spettacolo nella propria città, dopo averlo portato in giro per il mondo.








Un rientro che non ha il sapore della replica, ma quello di un approdo emotivo, di un dialogo rinnovato con il pubblico di casa.
Una menzione speciale va a Rossella Gesini, che anno dopo anno si conferma e si riscopre attrice di straordinaria intensità. La sua Rosaura — e le sue molteplici declinazioni — è attraversata da una profondità rara, da una carnalità mai esibita, sempre necessaria, capace di dare corpo e anima a personaggi complessi, contraddittori, vivi.
E poi il finale, sorprendente e potentissimo: la scena si riempie progressivamente di oggetti, abiti, maschere, maschere tribali. Un accumulo visivo che restituisce, quasi fisicamente, la ricchezza dell’opera, la stratificazione dei livelli narrativi, la densità di senso che lo spettacolo ha saputo costruire partendo dal minimo.
Rosaura alle dieci non è solo un giallo teatrale: è un’esperienza, un rito narrativo, un esempio alto di teatro d’attore. Al Fenaroli è andata in scena una prova di maturità artistica e umana, accolta con un applauso lungo, convinto, profondamente meritato.
- Clara Labrozzi






